LA STORIA DELLA CANNABIS

Le testimonianze più antiche dell’uso della cannabis da parte dell’uomo sono state trovate in Giappone su reperti datati 8000 A.C. (Long 2017), costituiti da residui di tessuto di canapa.

Nell’opera più antica di medicina cinese, il Nei-Ching, datato tra il 2698 a.c. e il 2599 a.c., si legge che la resina di cannabis è utile per gotta, reumatismi, malaria, influenza e svenimento (Leonzio 1969). In Europa la prima testimonianza scritta di intossicazione ci viene da Erodoto (484-425 a.c.) che descrive i rituali funebri della popolazione degli Sciti della regione dei monti Altaj in Siberia:

Dopo i funerali, si procedeva alle purificazioni dentro una grotta nascosta, venivano gettati su pietre scaldate al calor bianco disposte a forma di conca, grani e foglie di canapa. I presenti    aspiravano poi il fumo che si sprigionava e per l’eccitazione e l’ebrezza che ne ricevevano, lanciavano alte grida (Leonzio 1969: 55)

Il quarto libro dei Veda (testi sacri indiani), scritto intorno al 1500 a.c. definisce la canapa “Vigahia”, fonte di gioia e “Anada”, provocatrice di risa. Lo “Zend-Avesta”, libro sanscrito del I° millennio a.c., cita la cannabis chiamandola “cadaneh” e ne descrive le proprietà intossicanti (ibidem: 56). In occidente sembra che la canapa sia sempre stata usata per scopi pratici come la produzione di tessuti e cordami piuttosto che per fini religiosi o ricreazionali. Nelle opere classiche si trovano poche tracce di descrizioni di questa pianta e tutte riferite a popoli altri (come gli Sciti descritti da Erodoto).

Nel XII secolo, con l’avvento delle crociate, gli occidentali (ri)entrano in contatto con la cannabis usata come stupefacente, l’abate Arnaldo di Lubecca, descrivendo gli usi di un popolo persiano scrive:

[la cannabis] provoca l’entusiasmo, l’estasi, l’uscita dai sensi, l’ebbrezza. Venivano quindi dei maghi, e ai dormienti mostravano cose fantastiche, dilettevoli, veniva dato loro un pugnale e veniva promesso che tutte le gioie godute sarebbero divenute eterne se avessero eseguito ciò che sarebbe stato loro ordinato (Leonzio 1969: 61)

L’uso tra i musulmani, dove l’alcol è proibito dal Corano, è riscontrabile, in documenti di storici arabi, fin dal medio-evo. Takiy Macrizy nel XV secolo scrive, ad esempio, che la scoperta della pianta avvenne casualmente durante una passeggiata in campagna da parte di uno sceicco chiamato Hader. Costui dopo averne masticato qualche foglia, ordinò ai suoi discepoli di imitarlo e di tenere segreta la scoperta, Macrizy scrive:

L’altissimo Dio vi ha accordato per un favore speciale la conoscenza delle virtù di questa foglia affinché l’uso che ne farete dissipi i pensieri che oscurano le vostre anime e liberi i vostri spiriti da tutto ciò che può offuscarne lo splendore. Conservate dunque con cura il segreto che vi è confidato; e siate fedeli nel nascondere il prezioso segreto a guardia del quale vi ho posto. (ibidem p.64)

In un altro scritto dello stesso autore viene citato un frammento di un poema che esalta le virtù della cannabis:

lascia il vino, prendi la coppa di Haider, questa coppa che esala il profumo dell’ambra e che brilla del verde smagliante dello smeraldo. Mai il ministro di un sacrificio cristiano ne ha mescolato il liquore nel suo calice profano; l’empio che professa una religione menzognera mai attinse qui materia per la sua sacrilega offerta (ibidem p.65)

Queste parole denotano il clima belligerante tra cristiani e musulmani dell’epoca delle crociate e forniscono un dato storico che, come abbiamo visto, può definirsi corretto: l’assenza di un consumo a fini di alterazione della coscienza tra le popolazioni occidentali.

Con le campagne napoleoniche in Africa la cannabis ritorna in contatto con gli europei. Nell’Egitto napoleonico i francesi ordinano:

L’uso della bevanda che alcuni musulmani preparavano con la canapa, e il fumare i fiori della canapa, sono proibiti in tutto l’Egitto. Coloro che hanno queste abitudini perdono la ragione e sono colti da delirio violento. La preparazione della bevanda a base di canapa è proibita in tutto l’Egitto. Le porte dei locali a cui essa viene distribuita saranno murate e i proprietari imprigionati per tre mesi. Tutti i quantitativi di canapa che giungeranno alle dogane, saranno confiscati e bruciati pubblicamente. (ibidem p.67)

Questo editto fornisce informazioni sugli usi e la diffusione che, all’inizio del XIX secolo, la cannabis aveva nella società egiziana. I geografi e gli esploratori che nel XX secolo studiarono alcune popolazioni africane riportano che anche nell’Africa Subsariana è consumata la cannabis. H. Von Wissmann, (1952) in Congo per studiare la popolazione dei Bona-Riamba, nei suoi scritti descrive i rituali della comunità consistenti nel fumare cannabis collettivamente: gli uomini si radunavano nello spiazzo principale del villaggio e fumavano tramite una grande pipa posta al centro. È quindi possibile sostenere che la cannabis era usata anche in alcune popolazioni subsariane.

Con il rientro in Francia dei soldati napoleonici e della gran varietà di scienziati e accademici che parteciparono alla campagna d’Egitto per motivi di studio, arrivò anche l’hashish, la resina dei fiori di cannabis. Lo psichiatra francese J. J. Moreau de Tours (1845) nel 1840 sperimenta su di sé, studia e descrive gli effetti della nuova sostanza. Nello stesso periodo il gusto per l’Oriente e la sua cultura invade i salotti della borghesia parigina, artisti, poeti e scrittori iniziano ad avvicinarsi a questa sostanza che presto diviene ispirazione di quella che viene definita la letteratura francese decadentista. Nel 1844 Théophile Gautier fonda il “Club des Hashischins” con lo scopo di riunire intellettuali e scienziati per discutere e sperimentare l’uso di questa sostanza. Ne fanno parte, insieme a Moreau de Tours, i poeti Victor Hugo, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac e Charles Baudelaire. Quest’ultimo nel 1860 pubblica “Paradisi Artificiali”, una raccolta di scritti e poesie sulle sostanze stupefacenti e sulle esperienze provate tramite la loro assunzione; in “Il Poema dell’Hashish” descrive dettagliatamente le proprie esperienze con questa sostanza, che all’epoca era assunta perlopiù tramite ingestione sotto forma di preparazioni alimentari.

In Europa l’uso della cannabis come stupefacente rimase limitato a queste esperienze fino agli anni ’60 del XX secolo. In questo periodo infatti i viaggiatori che tornavano dall’Asia o dall’Africa riportarono nel continente europeo l’hashish, il cui uso si diffuse presto nei movimenti giovanili di contestazione che fiorirono negli anni ’60 e ’70.

Si è ipotizzato, in base all’analisi di autori classici e di testi arabi medievali, che il consumo di cannabis non fa parte della cultura occidentale, stessa cosa non si può dire per il suo uso pratico. Come è stato accennato nel precedente paragrafo gli usi a cui si presta la canapa sono molteplici, nella storia occidentale il più importante è stato senz’altro quello della produzione di fibre tessili. L’Italia è stata per moltissimi anni, fin dal ‘700 uno dei principali produttori al mondo di fibra di canapa, questa veniva coltivata in particolar modo nella zona dell’Emilia e della Campania. L’acquirente principale della canapa italiana era la marina inglese che utilizzava i filati di canapa per produrre vele e corde (Bernardini 1997). Il periodo di massima espansione è quello dei primi decenni del ‘900, quando, grazie alla comparsa di nuove macchine industriali, crebbero notevolmente i quantitativi prodotti. In una relazione sulla coltivazione e la lavorazione della canapa in Italia, pubblicata a Berlino nel 1913 si legge:

L’estensione complessiva della coltivazione della canapa in Italia è attualmente da valutare attorno ai 90.000-100.000 ettari. Al primo posto è decisamente l’Emilia, in particolare la provincia di Ferrara, dove circa il 12% di tutta la superficie è lavorato a canapa. Nelle vicine province di Bologna e Modena questa coltivazione raggiunge solamente il 4,5% e il 2% circa della superficie.  (Relazione sulla coltivazione e la lavorazione della canapa in Italia, pubblicata dall’Ufficio per l’Interno del Reich, Berlino 1913)

Durante la dittatura fascista questa coltura era considerata importantissima per l’economia italiana, Mussolini nel 1925 dichiarava:

La canapa è stata posta dal duce, all’ordine del giorno della nazione, perché per eccellenza autarchica è destinata ad emanciparci quanto più possibile dal gravoso tributo che abbiamo ancora verso l’estero nel settore delle fibre tessili. Non è solo il lato economico agrario, c’è anche il lato sociale la cui incidenza non potrebbe essere posta meglio in luce che dalla seguente cifra: 30.000 operai ai quali da lavoro l’industria canapiera italiana. (Roversi 1939: 43)

Nel dopo-guerra la coltivazione della canapa subisce un forte calo dovuto alla concorrenza delle nuove fibre sintetiche, come il nylon brevettato nel 1937, e alla promulgazione di leggi proibizioniste.

Testo estratto dalla Tesi di Laurea Magistrale in Antropologia Culturale “La Cannabis: tra Proibizionismo e Costruzione della Legittimità Politica” di G. Marsala.

Bibliografia:

Bernardini D. (1997), La canapa, Pisoniano (Roma).

Boudelaire C. (1860), Poeme du haschisch, in Les Paradis artificiels, Parigi, Auguste Poulet-     Malassis.

Leonzio U. (1969), Il volo magico, Milano, Sugar.Long T. (2017), Cannabis in Eurasia: origin of human use and Bronze Age trans-continental     connections, Vegetation, History & Archaeobotany, vol. 26

Long T. (2017), Cannabis in Eurasia: origin of human use and Bronze Age trans- continental    connections, Vegetation, History & Archaeobotany, vol. 26

Moreau de Tours J. J. (1845), Du hachisch et de l’aliénation mentale: etudes psychologiques,    Parigi, Fortin, Masson et Cie

Roversi R. (1939), Canapa ed autarchia, Faenza, Tip. F.lli Lega.

Von Wissmann H. (1952), Beiträge zur historischen Geographie des vorislamischen  Südarabien, Mainz, Akademie der Wissenschaften und der Literatur.

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